Nikka from the Barrel (51.4, OB, 2014)

Penso che il mio primo incontro con la cultura giapponese sia stato con i cartoni che davano su Italia 7 nei primi anni Novanta. Capolavori assoluti come l’Uomo Tigre, I 5 Samurai, Ken il Guerriero. E Sampei, non dimentichiamoci Sampei. In ogni caso, questo Nikka from the Barrel è stato uno dei miei primi incontri con l’eccellente cultura whiskettara giapponese. Fui in Giappone per lavoro e, grazie a un generoso professore di Tokyo appassionato di whiskettini che “per farmi conoscere meglio la cultura nipponica” mi offriva questo e quell’altro, ne ho provati diversi e mi sono un po’ innamorato. Questo Nikka non è certo il migliore, ma in ogni caso è un whiskettino di ottima qualità che davvero fa il suo. A differenza dei whisky che ho recensito fino ad ora non è un single malt (cioè distillato di orzo fatto in un’unica distilleria), ma è un blended whisky, in altre parole un mix fatto di distillati da diverse distillerie. E non è nemmeno un malt, dal momento che in questo Nikka ci sono malt (distillati esclusivamente da orzo maltato) e grain whisky (distillati da altri cereali come mais, segale, grano…) mischiati insieme.

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Nikka from the Barrel nella pratica bottiglia formato Maurizio Costanzo.

Il whisky che ho nel bicchiere nasce dal matrimonio di single malts e single grains miscelati in barili di quercia (ex-bourbon, first fill) e lasciati riposare per un periodo da 3 a 6 mesi per armonizzare il mix. È un NAS (no-age statement), colorato e filtrato, ed è imbottigliato a un rispettabile 51.4% di alcol (non esattamente from the barrel, a essere pignoli come Puffo Quattrocchi), si presenta all’occhio di colore giallo scuro, quasi ramato. Tutto molto bello qui allo stadio di San Siro ma la bottiglia davvero è imbarazzante. Il problema è che ha il collo più corto di Maurizio Costanzo, e questo ha il difetto che quando la bottiglia è piena è quasi impossibile versarne il contenuto nel bicchiere senza far tragicamente cadere gocce sul tavolo/ a terra/ sul computer. Direttamente da Tana delle Tigri, concentriamoci quindi sulle tasting notes.

Naso: Malto, zuccheri, cannella, crema. Un concentrato di frutti che neanche Little Richard. L’alcol aggredisce abbastanza, se lo allungo un poco con l’acqua, diventa ricco di banana e vaniglia. Ora mi sembra quasi un bourbon, tanto la vanillina colpisce duro.

Palato: Mmh, roba giovane? L’alcol brucia, il sapore è dolce e forte, tanto caramello. Allappa abbastanza, ma è davvero ricco e bilanciato. È piuttosto oleoso e con l’acqua sento anche cera, legno, forse mandorle e nocciole (o me le sono immaginate?). Aromatico.

Finale: Medio, ben fatto. Frutti e un po’ di amaro verso la fine, a causa dell’influenza del barile. Duemila anni di storia di Hokuto hanno di certo insegnato ai mastri distillatori di Nikka come si fa un finish.

Giudizio: Good stuff! 83/100. Prezzo… allora, questo varia molto. La richiesta di whisky giapponesi da quando Jim Murray li ha pompati nella sua Whisky Bible, sta andando alle stelle. Con la richiesta, il loro prezzo sta aumentando peggio dello spread sotto l’ultimo governo Berlusconi. Comunque, oggigiorno dovrebbe trovarsi attorno ai 30 euro, rendendolo uno dei pochi giapponesi con un ottimo rapporto qualità/prezzo, anche se la bottiglia è da 0,5 e non 0,7 l. Sono giapponese!

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