Lagavulin Distillers Edition (43%, OB, 2014)

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Che whiskettino portarsi dietro per una gita al parco? Be’, un Lagavulin Distillers Edition 1998-2014 non è una cattiva idea (l’etichetta che dice “2015” sta mentendo).

Io continuo con il mio programma di allenamento pre-gita a Islay, che ovviamente consiste in un tour de force strenuo e durissimo. E parte del training concerne una maggiore conoscenza del classico, intramontabile e roboante Lagavulin. Oggi in particolare mi occupo di una delle celebri e celebrate Lagavulin Distillers Editions: questo qui è un Lagavullo distillato nel 1998 e imbottigliato nel 2014 – l’indicazione sul sample è tragicamente e sinistramente sbagliata, ma essendo io l’allievo alticcio di Hercule Poirot me ne sono accorto. Rispetto al classico Lagavulin 16 anni ha una rifinitura ulteriore in barili ex-sherry (ex-Pedro Fucking Ximenez, per l’esattezza). Queste edizioni cambiano da anno ad anno, un po’ come le edizioni del Lagavulin 12, ma il metodo di produzione è analogo. Questa roba delle Distillers Edition, che aggiungono un’extra rifinitura all’edizione standard del malto, è uno dei marchi di fabbrica delle distillerie appartenenti al gruppo Diageo – come appunto la nostra cara, affezionatissima, diversamente giovane e sempiternamente adorata Lagavulin. 

Nel bicchiere dorato e tristamente colorato. Classicamente e un poco striminzitamente imbottigliato a 43%, ha ben 16 anni e che quindi bisogna trattarlo con un minimo di rispetto. Poi obiettivamente mi sembra veramente di essere un po’ ridicolo con sta roba del sentirmi quasi deluso per una diluizione al 43%. Insomma, ok, c’è concretamente la possibilità che l’ignoto e devastante distillato infuso di poco identificate erbe di montagna che mio nonno versava nel caffè mi abbia segnato per la vita, ma dovrei anche smettere di lagnarmi, ogni tanto. Avanti dunque con le mie lamentose tasting notes.

Naso: Un nasone profondo ricco di mare, fumo di torba e qualcosa tipo carbone. Un nasone alla Lagavulin come ci si aspetta e come Dio comanda. Il tutto stavolta come mitigato, o meglio esaltato, da uno strato deciso e spesso di odori legati alla rifinitura in sherry, dalla frutta rossa al moscato. Questa componente però non sminuisce per niente gli odori marini e la torba potente che assale le nari ossessivamente come gli Uruk-hai al Fosso di Helm. E poi ci sono anche delle note di marzapane che rendono il profilo in qualche modo più elegante e gentile, profondo e fruttato (arance, prugne e frutta secca).

Palato: Il fumo di torba qui davvero non le manda a dire e schiaffeggia il palato senza però aggiungere molto alla discussione. A un certo punto arriva anche uno sherry intenso ma non pachidermico, accanto a pepe, acqua marina, frutta (uvetta sultanina, prugne), e legno astringente. È un po’ trash, come una lite tra Aldo Busi e Vittorio Sgarbi, ma senza balletti scoordinati o capracapracapra. Ricco e molto bevibile, dolce, torbato e fruttato, al palato forse perde un poco in eleganza e complessità rispetto a quello che mi era venuto in mente annusandolo, ma può essere l’effetto dell’alcol.

Finale: Lunghetto e ricco di fumo di torba, anche se non troppo insistente. Lascia un retrogusto come di sale e anice che ve lo raccomando.

Giudizio: Molto solido e molto Lagavulin, che gli vuoi dire? Be’, che forse nonostante tutto gli manca qualcosina per l’eccellenza: 87/100. A dirla tutta molto buono, ma se dovessi scegliere (anche per il rapporto qualità-prezzo) andrei decisamente sul sempiterno e già citato Lagavulin 16. Lo si trova ancora sotto gli 80 euro se guardate bene, per il resto mi ha fatto venire una voglia irresistibile di provare altre Distillers Ediscions: se ne avete fatela un po’ d’elemosina a sto povero blogger!

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