Un tasting con Grant Macpherson

P_20190218_205349_LL-01Che io sia un fanboy della peggior specie delle distillerie di Campbeltown che non sono Glen Scotia è ormai cosa nota. Ergo, quando sul sito della distilleria hanno lanciato la bomba che Grant Macpherson, sales manager di Springbank per il Regno Unito, era stato spedito in giro nelle terre d’Oltralpe (Oltralpe per noi italici, dico) ho importunato un po’ tutti per capire i suoi spostamenti e riuscire ad andare a una sua degustazione. Dopo aver rotto le scatole a ufficio marketing, pagina Facebook ufficiale e persino perfetti sconosciuti che avevano come unica colpa l’aver creato un gruppo per questo “France Tour”, sono riuscito a rintracciare il povero Grant che mi ha detto che avrebbe tenuto una degustazione quella sera stessa in una enoteca alla Défense, l’Apogé. Come negarmi dunque la possibilità di bere dei whiskettini il lunedì sera?? Mi fiondo come un segugio e, dopo una breve introduzione sulla storia di Springbank e Kilkerran, si parte decisamente col programma beverino!

Si inizia subito con un whiskettino di cui sono particolarmente innamorato, anche per il suo straordinErio rapporto qualità-prezzo: lo sfavillante, generoso, ottimo…
Kilkerran 12 (46%, OB, 2017) Copia di Luke
che ho già recensito e su cui dunque non vi annoio ulteriormente. Conferma la sua solida e sorprendente bontà, mi rammarico solo della spilorceria dei cavisti francesi qui, che ce ne offrono sì e no un bicchierino di 0,1 cl. Cioè, dai, ti ci bagni la lingua, che cos’è? Non voglio una media, ma magari almeno un 1 cl dammelo, su. Vabe’, il viaggio prosegue con una battaglia decisamente impari: Springbank 10 vs Springbank 10 Local Barley!

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Springbank 10 (46%, OB, 2014) Copia di Han
Pure questo già recensito, è il cavallo di battaglia della distilleria di Campbeltown. Distillato tra le due e le tre volte (2 e mezza, ufficialmente), è invecchiato in un mix di barili ex-sherry (60%) ed ex-bourbon (40%). È buonissimo e ultra consistente nella sua qualità, e se il recente Kilkerran lo mette un po’ in ombra, non ci si deve dimenticare di quanto sia indiscutibilmente buono questo gioiellino qui. È semplicemente un gran buon whisky, e purtroppo anche in questa degustazione deve prendersi botte dal massiccio cugino cui dobbiamo confrontarlo:
Springbank 10 Local Barley (57.3%, OB, 2017) Copia di Luke/Copia di Darth
Distillato nel 2007 e imbottigliato nel 2017, questo terzo esemplare della serie “Local Barley” è stato distillato da orzo provenienti da vicino alla distilleria (varietà Belgravia) ed è il frutto di una maturazione fatta di soli barili ex-bourbon (first fill soprattutto). Avevo recensito il fantastico, eccezionale Springbank 16 Local Barley, di cui mi ero un pochino innamorato. Che effetto mi avrà fatto questo qui? Scoprivatelo.
Naso: Molto più intenso del fratellino, molto più marino, maltoso, saporito. Ci sono proprio onde di sapidità, mi pare, che mi fracassano il naso quanto dei manrovesci di Jason Momoa in versione Aquaman. Terra, malto, un po’ di vaniglia, un lontano odore di crema.
Palato: Abbastanza oleoso, mela, fior di campo, ancora sale e acqua di mare. Poi proprio malto, vaniglia, molto più minerale del naso. Pietra bagnata: nonostante la mia moderata passione per la litologia non è che io poi mi metta a leccare molte pietre, però mi fa venire in mente questo. Cuoio, poi ancora vaniglia e ancora più violentemente, semplicemente, puramente e drasticamente malto.
Finale: Lungo, intenso, buonissimo, con delle arance e un lato erboso in sottofondo.

Insomma, ‘na bomba, anche se forse non al livello del predecessore sedicenne. Comunque un whiskettino di categoria superiore, poco da dire, e il confronto è impietoso per il povero entry level di cui sopra. Il viaggio procede, e si arriva al malto che per Grant, e devo dire pure per me, è il più rappresentativo della distilleria di Campbeltown:

Springbank 12 Cask Strength (56.3%, OB, 2016) Copia di Luke
Ho già recensito due batches di questo fantastico whiskettino (qui e qui) che io personalmente adoro. Questo qui è il batch #13, imbottigliato nel 2016 e ancora con la vecchia e un po’ più sobria livrea. Maturazione? Per il 70% in botti ex-sherry e per il 30% in botti ex-bourbon.
Naso
: Sbem, niente da fare, ha un’intensità e una profondità unica, con quel leggero fumo e quella mineralità che fa tanto Springbank. C’è anche lo sherry (grossa differenza col Local Barley), e si sente. Ricco, potente, erboso, minerale.
Palato: Il fumo e lo sherry si esaltano qui. Me lo ricordavo ancora più ricco di cuoio e mare, questa versione mi sembra vagamente più “tamed” rispetto ad altre assaggiate. In ogni caso la mia infatuazione rimane, è sempre un gran bel bere. Arance, un fumo leggero e disorientante, dà un effetto sporco e seducente. Il sale comunque c’è, accanto al pepe. Solido, oleoso, come si fa a non innamorarsene?
Finale: Secco, pulito, ricco d’arancia e sherry.

Finita questa coppia di cask strength arriva un pezzo da novanta. E no, non sto parlando di un cannone con calibro di 90 mm e bocca da fuoco lunga 53 volte il calibro utilizzato per il tiro anticarro durante la seconda guerra mondiale, sto parlando dello Springbank 21 anni!

P_20190218_201045_LL-01Springbank 21 (46%, OB, 2016)
Copia di Han/Copia di Luke
Hanno prodotto 3600 bottiglie di questo gioiellino. Come Grant ci ha spiegato, prima del recente rilancio del 25 anni era il whiskettino più vecchio del core range della casa. Siccome un manager lungimirante qualche anno fa aveva visto che il 21 anni vendeva molto più delle espressioni più invecchiate (25 e 30 anni), si era deciso di miscelare anche barili più invecchiati dentro il 21 anni per produrne di più. Ergo, la Banca Primavera in questo momento non ha in stoccaggio niente di molto vecchio, purtroppo, a parte alcuni sporadici barili acquistati anni or sono da acuti e oculati imbottigliatori indipendenti. Ma veniamo al sospirato dunque:
Naso
: Urca, che pletora di roba. Peccato per il bicchiere e per la solita tirchieria degli organizzatori, che non è facile snasarlo per bene. Invecchiato quasi interamente in barili ex-sherry (second fill), ha un naso più stratificato di una roccia sedimentaria. Meno intenso e violento del 12 anni, con mooolta più frutta rossa, mooolto più sherry, mooolto più elegante. Non troppo sporco e molto dolce, nella sua moderazione non mi sembra nemmeno troppo Springbank… ma che diavolo ne so io, alla fine.
Palato: Piuttosto opulento, c’ha pure un saporaccio di big babol che sinceramente mi lascia spiazzato. Per il resto molto buono, orientato su sapori ex-sherry e dolci, poi trovo vaniglia, malto. Col tempo mi sembra anche oleoso e, guarda un po’, molto floreale. Particolare, forse non riesco ad apprezzare completamente le sue qualità causa infima e miserrima quantità a noi somministrata.
Finale: Medio-lungo, ancora con frutti rossi e quei fiori che non mi lasciano più andare.

Allora, gran buon whisky, ma non posso dare un voto più alto di un 85/100… probabilmente ne avessi avuto di più avrei potuto gustarne più sfaccettature, ma tant’è. Ripeto, davvero gustoso, ma per lo stesso prezzo mi posso comprare almeno 3 Springbank 12 Cask Strength (minimo). C’è da discutere oltre?
Bene, dopo queste disquisizioni di pura e semplice aria fritta parlo dunque degli ultimi due whiskettini in degustazione, che arrivano un paio di sexy Longrow!

Longrow Peated (46%, OB, 2017) Copia di Han
Longrow, per gli incauti e sventurati che ancora non hanno avuto il piacere di incontrarlo, è la versione torbata (45-50 ppm) del malto di Springbank. È anche distillato in modo diverso (doppia distillazione) rispetto al whiskettino “base”, per giunta.
Naso
: Per avere almeno 45 ppm (quanto un Ardbeg, per capirci), mi sembra un tranquillone. La torba c’è ma al naso non impone un regime totalitario, e anzi sottolinea quasi la dolcezza cremosa e un po’ fruttata (pere). C’è anche del limone e qualcosa di aspro.
Palato: Malto, vaniglia, crema, e poi del fumo. Buono e super bevibile, un po’ unidimensionale forse, ma davvero buono. È marino, pure, anche se non mi viene in mente la spuma del mare. Miele e limone, va giù pericolosamente bene. E dico pericolosamente perché nonostante le quantità minime qui in degustazione siamo già al sesto whiskettino…
Finale: Breve e pulitissimo, con fumo e limone e un po’ di dolcezza vanigliosa.

Longrow 18 (46%, OB, 2013) Copia di Darth
E si finisce col botto, con un diciottenne un po’ anzianotto (imbottigliato nel 2013, con un’etichetta diversa rispetto alle edizioni più recenti). Avevo assaggiato un batch invecchiato anche in botti ex-rum qui, nel caso foste stufi di questo post e voleste passare ad altro.
Naso
: Colpisce subito a tradimento con pugnalate di sherry e fumo – e sapete che per questa combo se fatta bene è come invitarmi a una maratona di Star Wars: ci vado a nozze. Buonissimo, mi piace molto. Pieno di carattere, delicato come le esultanze di Simeone quando batte la Juventus, minerale, oleoso. Ricco pure di odori come di pioggia estiva, che il fumo sottolinea in qualche modo. Alla grande.
Palato: Spessissimo e prepotente nonostante la gradazione sia “solo” di 46%: inizia con uno sherry fumoso e fumantino che fa apparire il gusto del “Peated” analogo a quello di una un’acquetta rinfrescante. Sbam, una successione di schiaffoni di ciliegia e fragole tipo quelli che tira Superman al povero Bat Aflleck. Oleoso, ricco, cremoso… eppure fine e in qualche modo stratificato. Elegante no, ma complesso di sicuro.
Finale: Lungo, sostenuto, cremoso, intenso.

Per me il vincitore della serata (e non lo dico perché avevo più alcol in corpo in quel momento) è stato proprio quest’ultimo Longrow 18 anni, seguito dallo Springbank 10 Local Barely e con lo Springbank 12 Cask Strength a occupare il gradino più basso di questo inutilissimo podio. In generale queste degustazioni guidate sono sempre interessanti e poi se c’è Springbank (e Kilkerran) di mezzo non poteva andare male. Ringrazio qui ancora una volta Grant Macpherson e quei tirchiacci simpaticoni degli organizzatori dell’Apogé: terrò gli occhi e il fegato aperti per la prossima!

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