Lagavulin 16 Y.O. (43%, OB, 2016)

P_20170920_211406_SRES-01E ci siamo, finalmente volgo la mia attenzione su un’edizione del primo vero single malt di cui mi ricordi bevute consapevoli. Il whisky che mi ha fatto innamorare e da cui è scaturito questo sperperotremendodienergieedanaro noiosonerdismoalcolico pacato e morigerato interesse verso il mondo del distillato di cereali. Il Lagavulin 16 anni. Nella mia testa dopo questa premessa al solo nominarlo sarebbero dovuti scrosciare applausi telematici e arrivare ballerine e ballerini in vesti succinte a esaltare il pathos dell’annuncio come neanche nei momenti più bui di Ciao Darwin. Purtroppo non è successo, quindi vado avanti. Maturato per oltre 16 anni in un mix esplosivo di botti ex-sherry ed ex- bourbon, è un imbottigliamento storico ormai, ed è l’unico whiskettino della distilleria a non uscire in batches (il fratellino a grado pieno, infatti, consiste di edizioni limitate, come questo qui). Ormai avvolto in una mistica aura di perfezione e santità come nemmeno Paolo Brosio, fa venire l’acquolina in bocca solamente a pronunciarne il nome. Provate a ripetere liturgicamente (volevo infilare questo avverbio da qualche parte oggi) con me: La-ga-vu-lin, La-ga-vu-lin, La-ga-vu-lin… e adesso basta che devo andare a bermelo.

Purtroppo il nostro caro Lagavulin 16 anni è colorato. E filtrato a freddo. E imbottigliato a 43%. Ma chissenefrega, come disse il Saggio, che tanto conta il gusto! E quindi così, ansioso di ribermene un bicchiere (o due, o tre…) mi dirigo spedito verso le mie menefreghiste tasting notes.

Naso: Fumo di torba, ovviamente, ma di quello quando lo annusi dice al naso: “ci ritroviamo finalmente, vecchio mio”. Un odore pungente e pieno allo stesso tempo, una sensazione che ricorda vagamente quella poderosa del 12 anni, ma con toni più… scuri. So di avere la chiarezza di Gigi del Neri durante un’intervista (di cui tragicamente condivido il rotacismo), ma è particolarmente difficile descrivere questo insieme di odori che suscitano tante sensazioni. Aria di mare, fumo un po’ come da grigliata. O, se proprio vogliamo essere macabri, come gli odori che si sentivano in una qualsiasi città del Centroasia dopo il passaggio di Gengis Khan. Sale, roba dolce (vago caramello forse?), mele ancora, un naso oleoso, intenso e non unidirezionale. Col tempo si esaltano le note dolci in mezzo al fumo di torba e a un odore come di pioggia estiva.

Palato: Ancora un intenso fumo di torba, con un inizio che è timido quanto Enrico Papi.  Pieno, intenso, forte e peperino. Riempie la bocca con del fumo come nemmeno un discorso qualsiasi di Diego Fusaro. Eppure ecco la bellezza di questo whisky: il fumo, pur così forte, non è affatto totalizzante. Arrivano anche note ben più dolci e leggermente acidule (arancia, mela, limone) miste a qualcosa di salmastro. Cthulhu ricoperto di uva sultanina. La componente marina a questo punto diventa prepotente come un kaijū di Pacific Rim (a proposito, che bruttura ignorante è il trailer del sequel?) e sbaraglia tutto. Mi pare di sentire anche sherry e cioccolato, ma probabilmente ho le traveggole. Piccolo punto a sfavore: mi sembra che si sciolga abbastanza con l’acqua, ma può essere che sia stato io a esagerare.

Finale: Lungo e deciso, pieno e forte, fumo e limone.

Giudizio: Boh, che dire. Avessi un cappello me lo toglierei, è un classico moderno e mastodontico e per me uno dei migliori acquisti che si possono fare in questa fascia di prezzo (50-70 euro): 91/100. Diverso e meno violento del 12 anni, più complesso, comunque potente e portentoso. Un must, come la sciarpa di Gianni Pittella.

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